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L'uomo che sapeva contare è un romanzo di Malba Tahan che è lo pseudonimo di un noto matematico brasiliano, Jùlio César de Mello e Souza. Con questo libro ci avvicina al misterioso mondo dei numeri e più in generale della matematica, intesa sia come applicazione a problemi concreti sia come possibilità di penetrare nelle straordinarie relazioni tra i numeri. Il libro ambientato a Baghdad nella prima metà del XIII secolo, una città enorme con oltre due milioni di abitanti, centro indiscusso della cultura musulmana che si era formata raccogliendo l'eredità della cultura matematica greca e di quella indiana. La avventura Beremiz, l'Uomo Che Contava, comincia quando riceve quattro mesi di meritate 'ferie'; in questa occasione si reca proprio a Baghdad, dove le sue abilità nel calcolo si rivelano di grande utilità. Hanak Tadè Maia è la voce narrante, attraverso la quale si snodano davanti ai nostri occhi i luoghi meravigliosi di un magico Oriente: i bazar, i suk, le moschee i mercati...E le storie di cui è protagonista l'acuto Beremiz Samir, che non finisce di stupirci per la sua abilità e per la saggezza con la quale risolve i più diversi quesiti, vengono raccontate con la dolce voce della rispettosa amicizia che lega Hanak all'umile matematico persiano. Gli episodi narrati sono divertenti Più che un romanzo, la storia è appare come una fiaba da Mille e una notte, visto che l'abilità nel calcolo trasforma il protagonista, un semplice pastorello, in un uomo ricco, famoso, riverito da potenti e saggi.
Comento di Silvia Bonanomi (cl3 a.s. 2011-12) Alla conclusione dello scritto di Malba Tahan non voglio soffermarmi sulle abilità matematiche del protagonista Beremiz Samir, sebbene la sua storia sia molto articolata e caratterizzata da episodi di vita che gli hanno permesso di arricchire ed arricchirsi a sua volta. Alla fine di queste 188 pagine (matematicamente parlando) voglio improntare la mia personale riflessione sulle parole di uno dei sette uomini che durante lo svolgimento della storia interrogano Beremiz. L’uomo afferma che l’autenticità di un saggio può essere misurata solo dalla forza della sua immaginazione. Il protagonista è la riprova che perfino la matematica nel suo apparente rigore e nella sua disciplina richieda qualcosa che va oltre lo studio mnemonico. L’uomo che sapeva contare porta la sua immaginazione nella Baghdad della prima metà del XIII secolo. Sono sempre stata convinta che non ci fossero più modi di arrivare a una soluzione matematica, ma leggendo i quesiti che si presentavano nella quotidianità del protagonista, ho realizzato che, ad esempio, nel contare duecento cinquantasette cammelli ci voglia qualcosa che va al di là della conoscenza del nostro sistema numerico. La furbizia e l’umiltà del matematico gli permettono di fare sempre più conquiste in ogni campo, anche in quello affettivo, legandosi alla figlia dello sceicco: Telassim. Il sovrano aveva infatti riposto in lui tutta la sua fiducia per istruire la primogenita. Penso che questo libro sia un modo per riscattare tutti noi che, almeno una volta nella vita, ci siamo chiesti a cosa possa servire la matematica. L’autore ci propone più alternative: la matematica usata per vivere, mantenersi e pensare a tutto ciò che di materiale c’è nella vita, ma anche all’arricchimento personale: basti pensare alle lezioni che Beremiz imbastisce. Con tutta quanta la mia immaginazione voglio poter pensare che anche per me possa essere una possibilità di vedere, scoprire, sentire e vivere nuovi posti e sensazioni.
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